"C'era una volta un cervo che si vergognava delle sue gambe sottili e si compiaceva delle ramose corna che gli davano un'aria nobile ed aristocratica.
Tutte le volte che si abbeverava ad una fonte, specchiandosi, si fermava, per parecchio tempo, ad adorare le proprie corna, e si soffermava, pochi istanti, sulle esili zampe, che non si addicevano alla sua regale bellezza.
Un giorno, però, il cervo, mentre riposava nella verde campagna, udite le grida dei cacciatori, iniziò a correre per sfuggire alle bramose bocche dei cani e con salti magistrali riuscì ad eludere la loro caccia.
Più tardi, entrato nella fitta boscaglia per nascondersi, rimase impigliato tra i rami degli alberi a causa delle sue lunghe corna, ed ahimè, fu raggiunto dai voraci cani che non gli lasciarono scampo."(Fedro)
Ci sono due chiavi di lettura per questa storia. La prima, quella più evidente, è quella che ci porta a riflettere su quanto spesso siamo incapaci di giudicare noi stessi, nonostante nessuno possa conoscerci meglio; dovremmo pensarci ogni volta che azzardiamo un giudizio su qualcun altro. Il rischio di sbagliarci clamorosamente è elevato. Tutto quello che siamo lo siamo senza alcun dubbio per un motivo che a volte ci sfugge e la nostra incapacità di vedere la verità per intero ci rende ignoranti, sebbene spesso la superbia che ci accompagna non ci permette di vederlo né tanto meno, di ammetterlo.
In questa storia, però, scorgo anche un'altra morale, non meno importante: quando siamo in difficoltà, spesso l'aiuto ci arriva inaspettato da chi non abbiamo mai considerato importante nella nostra vita mentre proprio quelli ai quali abbiamo dedicato le nostre migliori attenzioni e di cui ci fidiamo ci abbandonano.
Se non vogliamo finire come il cervo, quindi, sforziamoci di non giudicare mai in modo inappellabile noi stessi o gli altri; non possiamo mai sapere cosa il futuro ci riserva né, tanto meno, il nostro ed il loro ruolo nel grande gioco della vita.