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23/04/09
PADRONANZA E SAGGEZZA
Come il fabbro raddrizza una freccia, così il saggio governa i suoi pensieri, per loro natura instabili, irrequieti e difficili da controllare. I pensieri fremono e si dibattono per sfuggire alla morte come pesci tolti alla loro dimora liquida e gettati sulla terraferma. La padronanza della propria mente, ribelle, capricciosa e vagabonda, è la via verso la felicità. Il saggio osserva continuamente i propri pensieri, che sono sottili, elusivi ed erranti. Questa è la via verso la felicità. Pensieri, incorporei ed erranti, vagano lontano. Raccoglili nella caverna del cuore e liberali dalla schiavitù del desiderio e della morte. Come può una mente agitata comprendere la legge eterna? Se la serenità della mente è turbata, la saggezza non può manifestarsi.
                                                        (  Dhammapada )

Liberarci dalla "schiavitù del desiderio e della morte", ovvero, liberiamoci  dai peccati e dalla consuetudine a compiere determinate azioni e formulare altri pensieri. L'abitudine a compiere azioni non adatte alla nostra salute interiore, ci lega al peccato tramite catene "forgiate" da noi stessi, e per questo più difficili da scardinare; combattiamo le abitudini legate ai corpi, sconfiggiamole e tutto sarà vinto. La realtà ci presenta quotidianamente cose da amare, che poi il tempo inesorabilmente ci porta  via, lasciando dentro di noi una moltitudine di immagini e sensazioni che stimolano la nostra avidità, ora verso un oggetto, ora verso una persona. E' in questo modo che il nostro animo diventa inquieto ,nel suo vano desiderio di possedere le cose da cui in realtà è  posseduto; è per questo motivo che non bisogna acconsentire a pensieri ingannevoli,anzi, bisognerebbe attivare una parte del nostro cervello che vigili sempre su questa pericolosa attività, in modo da non amare le cose che è impossibile amare senza affanni. Solo così riusciremo a dominarle, a non esserne posseduti, ma possederle.

La comprensione e l'accettazione di quanto sopra non può che apportare enormi benefici alla civiltà e, a riprova, mi piace ricordare le parole di una "grande anima", la quale privandosi di tutto il superfluo  che questo mondo offre, diceva queste parole:

La civiltà, nel senso reale del termine, non consiste nella moltiplicazione, ma nella volontaria e deliberata restrizione dei bisogni. Questa soltanto porta la felicità ed il vero appagamento, e accresce la facoltà di servire. Un certo grado di armonia e benessere fisico è necessario, ma oltre questo livello diventa un impaccio, anziché un aiuto. Perciò l'ideale di creare un numero illimitato di bisogni e soddisfarli mi sembra un'illusione e un'insidia. A un certo punto, la soddisfazione dei bisogni fisici, e anche dei bisogni intellettuali del proprio io limitato, deve subire un brusco arresto prima di degenerare in voluttà fisica e intellettuale. Bisogna ordinare la propria vita fisica e intellettuale in modo che non impacci il servizio all'umanità, verso il quale si dovrebbero concentrare tutte le proprie energie.
                                       
                                                        ( Mahatma Gandhi )


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Perchè dover apprendere con l'esperienza quello che si potrebbe evitare con l'intelligenza?


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