La morte fa sempre un certo effetto; è come se ci rendessimo conto della fragilità della nostra esistenza soltanto la dove vediamo quella stessa esistenza venire a mancare sotto i nostri occhi.
Si piange per l'ingiustizia di una morte prematura, o per l'idea di non poter più vedere quella persona, per come è avvenuta la morte o per il senso di impotenza che lasciano questi eventi sulla nostra misera superbia di poter controllare ogni cosa. Ci si sente tristi e sopraffatti da un dolore schiacciante che, spesso, ci costringe a fare i conti con noi stessi. 
Eppure questa è la natura dell'uomo. Chi vive, necessariamente, prima o poi morirà. Trovo irrazionale il peso che si dà al conto degli anni vissuti . In fondo, morendo, tutti, a qualsiasi età, rinunciamo alla stessa cosa: il presente. Il futuro non è ancora arrivato ed il passato è andato via, non li abbiamo mai con noi, quindi non possiamo perdere quel che non abbiamo.
E' altresi strano non tener mai il conto di come si è vissuto.
Non ci si chiede mai se si è dato valore al nostro "essere vivi", se abbiamo saputo apprezzarre i doni e le sfide che abbiamo ricevuto, se abbiamo dato agli altri almeno quanto ci è stato dato. Nessuno considera la "normalità" come un privilegio, eppure il semplice poter camminare, respirare, vedere e parlare non è una cosa da tutti. Ma ce ne accorgiamo solo nell'eventualità che queste "semplici" cose ci vengano tolte da una malattia o da un incidente.
Casi come quelli di Eluana hanno fatto parlare i Mass Media per mesi e riflettere molte persone che non si erano mai interrogate sulla vita e sulla morte. La domanda che veramente è importante farsi è questa: qual' è il valore che diamo alla vita?
Chi può camminare è in qualche modo più "vivo" di chi non può farlo? Chi non ci vede e non ci sente è meno "vivo" di chi può farlo?In poche parole, il tipo di vita che viviamo è più importante della vita stessa?
Il paradosso è che si piange tanto per un giovane che muore all'improvviso, ma poi ci si interroga se sia il caso di farne volontariamente morire un altro che magari è in un letto invece che in piedi.
Nel nostro rapporto con la morte conta molto quello in cui crediamo.
Come amo ripetere spesso, nulla è casuale. Spesso una morte è più provvidenziale di una vita che avrebbe potuto trascinare la persona verso una direzione sbagliata, solo che è una di quelle cose che non riusciamo a vedere  né a capire e che, quindi, non consideriamo tangibile perché tutta la nostra attenzione è concentrata sulla salute del corpo e non su quella dello spirito.
Tutto nel mondo è ordinato con una precisione ed una perfezione ineguagliabile.
Qualunque sia il nostro punto di vista, l'uomo, con la sua intelligenza, non è ancora in grado di spiegare la "scintilla"vitale che si accende in ognuno di noi con il concepimento.
Possiamo spiegare razionalmente la morte ma non la vita; buffo per un essere che considera spesso la morte come qualcosa di ingiusto ed accetta la vita, invece, come un ovvio dato di fatto.

20/07/09
LA VITA E LA MORTE
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