Quando si parla di perdono, di solito, si riflette su quanto sia difficile lasciare andare il risentimento che si porta nel cuore nei confronti di qualcuno che ci ha ferito.
Quello a cui, invece, si pensa raramente, è quanto sia più gravoso chiederlo il perdono invece che concederlo.
Può capitare a tutti di causare del dolore a qualcuno involontariamente, magari commettendo un'azione che ci ha visto subito pentiti ma non in grado di porvi rimedio. Se si è davvero rammaricati per questo la cosa più ovvia sarebbe ammettere il proprio errore e chiedere scusa.
Ma poche persone hanno l'umiltà di guardare in faccia i propri errori assumendosene la responsabilità.
In fondo chi perdona è in una situazione di "privilegio", rappresenta la parte offesa che ha in mano la possibilità di assolvere o meno "il condannato"… ne esce in ogni caso metaforicamente vincitore. Chi, invece chiede scusa ammettendo le proprie colpe e dimostrando il proprio pentimento, si espone all'aperto giudizio dell'altra persona, con il rischio di non avere indulgenza e magari di subire un'umiliazione.
Non è raro notare come chi non è in grado di perdonare non sia altresì in grado di chiedere perdono.
Il nodo che unisce queste "incapacità" è la superbia, la madre di tutti i peccati.
Per chiedere perdono è infatti necessario essere umili.
Per concedere il perdono è altresì necessario essere consapevoli che tutti possono sbagliare , anche noi.
Considerando che il primo passo per migliorarsi è ammettere i propri sbagli, è importante riuscire a liberarci dai sentimenti negativi che ci rendono ciechi in queste circostanze.
Eppure molte sono le amicizie finite in un soffio e le famiglie divise per l'incapacità di rinunciare all'astio e all'arroganza. Mi chiedo: ne vale davvero la pena?
Le emozioni negative feriscono ed indeboliscono più chi le nutre che chi ne è oggetto e la nostra anima non può che soffrirne spesso irrimediabilmente.