Comportamento

La Sindrome di Hikikomori

Capire l’isolamento sociale volontario

La Sindrome di Hikikomori

Nonostante sia un fenomeno in continuo aumento anche in Italia, la sindrome di hikikomori è ancora poco conosciuta nel nostro Paese.

La Sindrome di Hikikomori

Il termine hikikomori, coniato nel 1998 dallo psichiatra giapponese Tamaki Saito, deriva dal verbo giapponese hiki che significa ritirarsi, e komor, stare dentro. Saito lo usò per descrivere i giovani che non sembravano manifestare disturbi mentali ma vivevano in uno stato di estremo e angosciante ritiro.

Chi sono gli hikikomori? Sostanzialmente sono persone che scelgono di vivere la maggior parte della loro vita ritirate nella loro casa o addirittura nella loro stanza. Sono prevalentemente maschi e di età compresa tra i 15 e i 40 anni, che hanno smesso di uscire di casa da mesi o anni. Non lo fanno più nemmeno per andare a scuola o a lavoro.

Oltre all’isolamento fisico, chi soffre della sindrome di hikikomori manifesta un estremo distacco psicologico dal mondo sociale. Rimangono emotivamente disconnessi da coloro che li circondano, indipendentemente dal fatto che siano fuori casa o meno. Molti di loro usano Internet come unica finestra sul mondo, ma spesso non interagiscono con altri utenti.

Per chi soffre della sindrome di hikikomori diventano impossibili da frequentare i luoghi in cui è prevista un’interazione sociale attiva, come la scuola o il lavoro. Anche se alcuni hikikomori, chiamati soto-komori, possono gestire alcune attività all’esterno, comunque interagiscono raramente con le persone.

Perché si Diventa Hikikomori?

La ricerca mostra che le esperienze traumatiche di sconfitta (e conseguente vergogna) sono comunemente riportate come fattori scatenanti del problema. Può essere il fallimento di esami importanti, il mancato raggiungimento di un lavoro ambito o il naufragio di una relazione.

Queste persone evitano un possibile nuovo fallimento scegliendo di rinunciare al percorso “normale” stabilito per loro dalla società. Anche se molti di loro desiderano che la società li dimentichi, non dimenticano il mondo che si sono lasciati alle spalle. Osservano passivamente la vita attraverso i giochi online e i social media in una forma di morte sociale.

Gli esperti stanno iniziando a studiare la possibile connessione della sindrome di hikikomori con l’autismo, la depressione, l’ansia sociale e l’agorafobia. Attualmente è però vista come un fenomeno socioculturale di salute mentale, piuttosto che come una malattia mentale distinta.

Come Uscire dalla Sindrome di Hikikomori?

Oltre a perdere molti anni della propria vita in isolamento, chi soffre di questa condizione coinvolge direttamente anche la propria famiglia.

In genere, i genitori degli hikikomori garantiscono che i bisogni di base dei loro figli siano soddisfatti. Questo significa che raramente avvertono la necessità di chiedere aiuto. I servizi di assistenza sociale sono troppo spesso focalizzati sulla risposta a problemi più drammatici e visibili. Questo permette un ancor più grave isolamento a chi soffre di questa sindrome e alla sua famiglia.

Come si può Aiutare un Hikikomori?

Attualmente, i trattamenti si concentrano sull‘attività fisica, sulla ricostruzione della capacità di interazione sociale e sull’adozione di un approccio graduale al reintegro nel lavoro o nello studio. Il recupero può comportare l’aiuto nel trovare modi per esprimere le loro capacità e talenti in modo alternativo, ad esempio con l’arte o l’attivismo sociale.

Sono in fase di sperimentazione anche terapie che coinvolgono tutta la famiglia.

La sindrome di hikikomori è un problema sociale e sanitario significativo che merita molta attenzione, soprattutto adesso. Dopo due anni di pandemia e isolamento sociale forzato molti giovani potrebbero sentirsi senza speranza e non vedere prospettive per un nuovo inizio. Altri potrebbero aver perso il lavoro e sentirsi incapaci di raggiungere i loro obiettivi. Non sottovalutiamo il problema.

Lettura consigliata: Hikikomori. I giovani che non escono di casa di Marco Crepaldi

Hikikomori. I giovani che non escono di casa

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14 Commenti

  1. Eh conosco almeno tre giovani che soffrono di qualcosa di simile! Uno andava a scuola con mio figlio e, già alle medie, non c’era verso di farlo uscire di casa per andare a scuola. Aveva perso un anno e poi gli insegnanti lo avevano convinto a presentarsi almeno all’esame per ottenere la licenza media. Era pure molto intelligente! L’ho ancora visto una volta o due in compagnia dei suoi genitori e poi è scomparso dalla circolazione. Lo stesso ha fatto un altro ragazzo, che non è andato alle superiori e nemmeno ha mai lavorato. Oggi ha una trentina d’anni e lo si vede qualche volta da solo in bicicletta, mai con amici. Un altro, di trentadue anni, non ha amici e sta sempre chiuso in casa. Però, fino a cinque o sei anni fa era una persona come le altre e si era pure laureato con il massimo dei voti. Poi qualcosa è scattato e si è rinchiuso in se stesso. Non si può dire lo stesso della mia famiglia. Noi amiamo molto uscire, incontrare gente, chiacchierare con amici e conoscenti. Anche mio figlio ha tantissimi amici ( e una innamorata) e chiacchiera parecchio. Deve aver preso da me. Io parlo tanto quanto scrivo. Una volta un amico mi disse che mi immaginava parlare anche con le pietre! 😀

    1. Vedi com’è questa sindrome? Tutti notano che c’è qualcosa che non va ma nessuno se ne preoccupa davvero perché la si percepisce come una scelta personale, non come un problema. È molto difficile intervenire anche per questo, si pensa di essere inopportuni, di violare la privacy degli altri.
      Anche se, per ovvie ragioni, è difficile fare un conteggio preciso, si pensa che in Italia ci siano circa 100.000 hikikomori… ed è un numero che fa paura, soprattutto perché parliamo prevalentemente di giovani.
      Ciao Katherine, ti auguro una buona settimana.

      1. Eh nel mio caso si tratta di giovani che hanno famiglie fin troppo presenti e, quando ho provato a dire la mia, mi hanno fatto capire di farmi gli affari miei, che al figlio ci sapevano pensare loro! So di colleghi che andavano persino a casa per cercare di portare il ragazzo a scuola, ma anche loro non sono riusciti nel loro intento! Poveri ragazzi, avevano bisogno del nido sicuro!

        1. Già poveri ragazzi…purtroppo spesso nemmeno le famiglie capiscono la portata del problema.
          Esiste un’associazione, si chiama Hikikomori Italia, che cerca di aiutare chi soffre di questo problema e le persone che gli stanno vicino. Sul loro sito ci sono molte informazioni utili.
          Ciao.

  2. Questo problema si sta diffondendo sempre più anche in Italia purtroppo e chi lo vive in prima persona secondo me ha pochi mezzi per cercare di far uscire da questa sorta di “letargo non forzato” chi lo vive in prima persona avendo qualcuno in famiglia che ne soffre. Non sapevo dell’associazione che hai citato, può essere utile una consultazione.

  3. Ho letto di questa sindrome. Mia figlia era così con la chiusura ai tempi del covid. Ero molto preoccupata, poi per fortuna è riuscita a tirarsi fuori e trovare il piacere di uscire e avere amici. Serena giornata

    1. Beh, quando la pandemia aveva numeri preoccupanti l’isolamento sociale era obbligatorio, non volontario… è tutto un altro discorso! L’importante è che quando si è potuto tornare ad uscire tua figlia l’abbia fatto serenamente… perché purtroppo, per molte persone, non è stato facile.
      Ciao, buona serata!

      1. Ci ha messo un pò ma poi per fortuna è uscita. Capisco sia diverso da covid e questa sindrome perché ovviamente questi pazienti non escono volontariamente dalle loro stanze. È preoccupante e deprimente. Serena giornata

  4. In questi casi la famiglia deve prendersi carico di problema e soprattutto soluzioni. Se ci si limita al sostentamento si acuisce solo la crisi. Il paziente vivie comunque perché altri provvedono al cibo, ai vestiti, all’elettricità per il pc. Insomma c’è connivenza in molte di queste situazioni. O perlomeno incapacità di risolverle, o spesso anche solo di provarci.

    1. Esatto, il punto è che per la famiglia non è facile da capire e da accettare… per questo c’è bisogno di informare su questa condizione, ancora poco nota per molte persone.
      Ciao, buona domenica.

  5. Io sono stata madre di un figlio così. Dopo un trasferimento di residenza si era completamente chiuso in se stesso, rifiutando perfino di andare a scuola. E’ stata molto dura spaccare il guscio in cui si era chiuso. Poi la vita e le problematiche da affrontare di carattere pratico, divenuto adulto, e il supporto di noi genitori, per quanto separati, sono\siamo riusciti a tirarlo fuori. Adesso, uomo e padre, talvolta mostra ancora dei tratti che mi ricordano quel periodo buio. Ma confido che la maturità e le responsabilità lo tengano lontano da pericolose ricadute.

    1. L’interesse della famiglia a tirare fuori i ragazzi da questa situazione è basilare e sì, credo proprio che il suo essere padre gli darà sempre la spinta che serve per evitare di ricaderci.
      Ti ringrazio per aver condiviso la tua esperienza, dà speranza ai genitori che stanno vivendo adesso questo problema.
      Un caro saluto.

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